La comunicazione medico/malato

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Elcritico
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La comunicazione medico/malato

Messaggio da Elcritico » mar 8 mag 2018, 17:08

Esistono parole che pronunciamo tutti i giorni, che leggiamo sui giornali, che ascoltiamo alla televisione e che ci sembrano comprensibili, ma che poi, invece, ci accorgiamo di non conoscere affatto.
Una di queste parole viene pronunciata quasi sempre sottovoce ed è chiamata il Male e quando la si pronuncia, ci si fa il segno della Croce, se credenti, o, meno prosaicamente, ci si “tocca”. Altri, gli ipocriti, la chiamano malattia incurabile, senza saper il perché e commiserano il malcapitato di turno.
Ma io, che ogni giorno vedo sguardi che mi trafiggono l’anima, che respiro il “reparto”, che vedo le unghie spezzarsi e i capelli abbandonarmi, che ho le piaghe sotto i piedi che m’ impediscono di camminare, che mi trascino, che non sopporto più nessuno, che combatto l’invincibile stanchezza, questa parola la chiamo, semplicemente, cancro: parola che non vorresti mai sentire rivolta verso te stesso, ma diventa familiare il giorno in cui ti diagnosticano la malattia.
Da quel giorno sento rimbombare nella testa solo questa parola. Ho sempre sostenuto che le parole sono un ponte, le scelgo per comprendere le persone, per farmi capire e avvicinarmi agli altri, ma guardo il medico che ho davanti e non lo comprendo, non lo vedo proprio.

Forse sto vivendo un sogno! Lui continua, dopo aver pronunciato la fatidica parola, ma io afferro solo qualche verbo, le frasi mi sembrano lontane, sono in un altro posto, la stanza gira, ma io non sono là: forse non si parla di me,….. penso! Invece è tutto vero e da oggi in poi la parola diventerà familiare, farà parte di me, della mia nuova vita. Mi risuonerà sempre nella mente, cancro, cancro, cancro, e non posso farci niente!
E poi di seguito: “chemioterapia, intervento chirurgico, resezione, cicli, radio si, ma forse no, flebo, ospedale, cure, perdita dei capelli, effetti collaterali, diarrea e nausea, stanchezza cronica, anticorpo monoclonale, linfonodi.
Tutto in una volta! E’ capitato a molti di voi che leggete, ma è capitato, soprattutto, a me che scrivo!
Ma, nel frattempo, il tempo scorre, le ore, i minuti, i secondi, tutto diventa così importante! Certo, il rapporto con il tempo riguarda tutti, ma, quando hai ricevuto una diagnosi di cancro capisci che è diverso, che adesso c’è una data di scadenza all’orizzonte.
Si, lo capisco bene.
Ed allora vivo, perché non posso permettermi di sprecare nemmeno un giorno di vita. Dunque pazienza, ma non rassegnazione.
Meglio essere quel che si è sempre stati e se si deve proprio cadere è meglio farlo in piedi! Ma, nel frattempo, il tempo scorre, le ore, i minuti, i secondi, tutto diventa così importante!
Si, lo capisco bene.
Ed allora vivo, perché non posso permettermi di sprecare nemmeno un giorno di vita. Dunque pazienza, ma non rassegnazione.
Meglio essere quel che si è sempre stati e se si deve proprio cadere è meglio farlo in piedi!

Ma i medici non li capisco non mi sanno spiegare cosa succede. Ed allora inizia il tour forsennato su internet, su You tube per documentarmi sulle operazioni chirurgiche che il medico di turno non mi ha saputo spiegare. Perchè tanta difficolta a farsi capire e a capire?
Il medico ti parla ma tu, al contrario del medico che ha fatto la conoscenza del male sui libri, tu l'hai fatta su te stesso.

Il mondo del medico e quello del paziente sono separati da un fossato che può essere molto profondo. Costruire una relazione terapeutica significa gettare un ponte su quel fossato. La costruzione del ponte coinvolge tutti e due gli attori: il medico porta le proprie competenze scientifiche e tecniche, il paziente porta le proprie competenze su di sé, sulla sua storia, sulla sua cultura, sulla sua esperienza di malattia.

Ed allora quale può essere il punto di contatto che evita al malato di recarsi affannosamente a cercare notizie altrove, perchè ricordiamocelo il malato ha fame di conoscenza e di sapere quello che gli sta succedendo.

 


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